Ricerca scientifica ed immersione sportiva

Per due anni, nel 1997/1998, ci siamo impegnati con pochi fondi, forze ridotte ma tanta volontà ed idee chiare, sul sito del Relitto delle Antefisse. Come obiettivo, la realizzazione di una mappatura dettagliata del fondale, così da capire meglio la distribuzione del carico e la dinamica della sua ricopertura. Non è stato un lavoro archeologico in senso stretto ed anche se si sono utilizzate metodologie di rilievo tipiche della topografia terrestre, i risultati appaiono più interessanti se visti con l’occhio del geologo o del restauratore.

Il fondale, anche se prevalentemente sabbioso, presenta in questa zona una morfologia articolata grazie alla presenza di barriere di posidonia vecchie di secoli che disegnano isole e canali. Qua e là ristretti affioramenti di lastre calcaree (le beach rocks di antiche spiagge) si addossano alle posidonie creando le tane dove il pesce stanziale trova rifugio.

Sul relitto e sul relativo carico disperso, tutto è diverso: la posidonia è più giovane e rada anche se i suoi rizomi sono ben abbarbicati ai sedimenti del fondo. Il carico, così, disegna un accumulo di più di 70 metri di lunghezza e circa 50 di larghezza, che nel suo punto più elevato supera di circa un metro il livello del fondo.

Ovunque, sotto una successione di tre diversi strati di ricopertura, le sonde metalliche denunciano la presenza del carico. Una spinta delle braccia ed il sondino di due metri affonda nel terreno; trenta, cinquanta, ottanta centrimetri e ... toch l’arresto della sonda ed il suono metallico ci fanno “sentire” la ceramica.

E tutto viene registrato, fotografato, misurato, disegnato, posizionato sulle piante e sulle sezioni che descrivono e ricoprono l’intero sito. Circa 500 mq di area coperta dall’indagine e più di 20 carotaggi del fondale realizzati lungo due direttrici principali di riferimento. Una tecnica mutuata dalla geologia questa, ed applicata su questo sito seguendo una metodologia tanto semplice quanto faticosa: un tubo di PVC, una mazza da 4 Kg e tanta aria a disposizione.

Nei 20 minuti di immersione a 30 metri di fondo, erano d’obbligo il cambio del “battitore”, ma anche lunghe soste di decompressione. Certo è che se non si fosse avuta la partecipazione di un nutrito numero di subacquei sportivi in vacanza, sarebbe stato difficile portare a termine tutto il cantiere. Ogni sera, quando si definivano i turni di lavoro, si facevano gli abbinamenti in modo che potessero operare insieme un operatore specializzato ed uno sportivo.

Dopo le prime immersioni e le necessarie spiegazioni sul da farsi, diveniva quasi obbligatorio fare una vera selezione tra gli aspiranti. Sarà stata la curiosità di un’immersione diversa o il fascino di operare su un vero sito archeologico, comunque sia, la partecipazione era spontanea e sentita ed alla fine del cantiere il dispiacere è stato vero, come evidente l’accresciuta coscienza di “volere” rispettare e proteggere i beni archeologici subacquei lì dove sono stati trovati.

Costantino Meucci
(Istituto Centrale per il Restauro - Roma)