Il relitto di Cala Sinzias

I ritrovamenti archeologici subacquei, lungo le coste della Sardegna, sono piuttosto frequenti. L’isola ha costituito nell'antichità un punto di riferimento importante sia per le sue risorse sia per i commerci che si svolgevano nei centri costieri, ma anche perchè, data la sua posizione nel Mediterraneo, rappresentava un punto di riferimento importante per qualsiasi rotta.

I lungo sviluppo delle coste e la frequenza degli approdi giustificano perciò la presenza di un gran numero di relitti, con carichi di consistenza e natura diversa, non necessariamente destinati alla Sardegna. D’altra parte i naufragi costituiscono a un tempo la testimonianaza dei traffici che univano le sponde del Mediterraneo e, insieme, il segno di un rapporto commerciale non portato a termine perchè interrotto da un evento imprevisto ed imprevedibile.

E’ difficile, così, stabilire dove fosse diretta la nave con un carico di materiale da costruzione che, in un giorno del I secolo d.C. vide la fine del suo viaggio a circa un miglio dalla costa di Cala Sinzias, nella Sardegna sudorientale. Fu certo una perdita economica per chi in quel viaggio aveva investito i propri capitali. E fu forse una tragedia umana se l’equipaggio non riuscì a sfuggire all’affondamento dell’imbarcazione.

E' tuttavia da quel momento drammatico del passato, che lo scavo archeologico può in parte ricostruire, riaffiorano elementi preziosi per comprendere, attraverso i materiali trasportati, non solo la datazione del relitto ma anche per ampliare le conoscenze su alcuni tipi di prodotti ed il loro commercio.

Recupero di materiale di grande interesse scoperto e segnalato dai fratelli Franco e Ferdinando Calderini, il relitto, che giaceva ad una profondità di circa 30 metri, è stato oggetto, con fondi ministeriali, di alcune campagne di scavo e di prospezioni mirate a definirne l’estensione ed i modi della giacitura, recuperando una parte dei materiali che sono apparsi subito di eccezionale interesse.

Si tratta per lo più, infatti, di tegole a margini rialzati e di coppi destinati alla copertura di un edificio probabilmente pubblico di una certa rilevanza, poichè insieme agli embrici piani di tipo consueto compaiono sul relitto numerosi embrici dotati di antefissa decorata a palmette. Queste, affiancate, avrebbero costituito la decorazione sommitale della costruzione, formando un’unica fascia decorativa ritmata dall’alternanza di palmette diritte e capovolte, forse sottolineate dall’uso del colore.

Alla funzione estetica la particolare conformazione degli oggetti univa la funzione pratica di formare, dietro le antefisse, una sorta di canale continuo per il deflusso delle acque piovane, convogliate così, probabilmente, verso gli angoli dell’edificio.

L’esistenza di due tipologie diverse di decorazione, l’una più alta con palmette a lobi distesi, l’altra più bassa e con lobi ripiegati ad uncino, fa presumere che i due tipi di tegole fossero destinati a settori diversi del tetto, se non anche all’utilizzo in due edifici differenti. Ritrovate per lo più, e spesso in frammenti, negli scavi terrestri, le antefisse decorate come queste a motivi vegetali costituiscono in genere la decorazione dei coppi, cioè di quegli elementi curvi e allungati che coprivano i margini rialzati degli embrici, piuttosto che degli embrici stessi e molto spesso sono contenuti in strati di crollo o di abbandono che riducono la possibilità di datare l’epoca della loro realizzazione. Ciò rende ancora più significativa la scoperta del relitto, dove gli oggetti fanno parte di un contesto “chiuso” ed omogeneo, databile con una certa sicurezza attraverso i pochi elementi di accompagno restituiti per il momento dallo scavo.

Sono stati raccolti infatti, insieme alla “fornitura” per il tetto, anche alcune piccole basi in terracotta e parti di un particolare tipo di anfora che, destinato a contenere frutta, era prodotto in Campania nel I secolo dopo Cristo. Si tratta dei cosiddetti cadi, cioè di contenitori a bocca larga e corpo affusolato, con anse poste sulla parete , che non ebbero una vita particolarmente lunga ne un’ampia area di diffusione ma che, proprio per questo, appaiono preziosi per individuare, almeno, come ipotesi di lavoro, il tempo ed il luogo della produzione degli embrici; per quest’ultimo aspetto le analisi delle argille, tuttora in corso, potranno offrire prove più certe, anche se è già possibile trovare i migliori riscontri proprio nelle officine del Tirreno centrale.

Quanto alla destinazione del carico, come si è visto, sarebbe comunque azzardato avanzare ipotesi. Gli scavi condotti in Sardegna non hanno mai messo in luce embrici dotati di antefisse, mentre sono stati ritrovati a Cagliari, in passato, coppi in marmo con eleganti antefisse a palmetta databili poco più di un secolo più tardi, riflettendo la continuità di un certo gusto decorativo.

Donatella Salvi
(Direttore Soprintendenza Archeologica Cagliari e Oristano)